The patiences of Ali Mihali Mental Hospital in Vlöre, Albania 1997, are afraid to go back home, in spite of the gates of the hospital are open, because of the continuos shootings in town.

LA’ FUORI SONO TUTTI MATTI

Valona. Il sole è già sorto da un pezzo ma i colpi di Kalashnikov continuano a risuonare dappertutto. Non accennano a placarsi. Davanti al byreqtore dove sto facendo colazione un uomo viene gravemente ferito a colpi di mitra. Agonizzante, viene caricato sulla Mercedes dei malviventi e portato via, fra la paura e l’impotenza della gente. Non li ferma nemmeno la notizia che i soldati italiani sbarcheranno qui domani all’alba.
Mi faccio strada fra i quartieri poveri del porto. Nell’attesa dell’arrivo dei soldati italiani, voglio raggiungere la collina dove si trova la cittadella dell’ospedale psichiatrico. Un’auto mi affianca e i quattro uomini a bordo mi intimano, sorridendo, di non proseguire: “non troverai nulla di buono qua”. Nonostante i sorrisi percepisco un brivido e la mia pancia, ormai abituata ad intuire velocemente la situazione, mi dice di allontanarmi alla svelta.
Aggiro il quartiere tornando sui miei passi. Non saranno certo quattro malviventi ad impedirmi di raggiungere il mio scopo. Poco dopo mi trovo di fronte all’ingresso della cittadella: “Spitali Nevropsiqiatrik Ali Mihali Vlore”. Alte mura di cinta e un grosso cancello di ferro, spalancato! Invano chiamo alla ricerca di un custode ma sembra che non ci sia nessuno. Avanzo sul lungo viale e raggiungo una palazzina. La porta è aperta. Entro.
Non ricordo da quanto tempo stia girovagando freneticamente fra le stanze aperte, fra i pazienti che, sorridendo, si lasciano fotografare, quando vedo tre infermieri che si dirigono verso di me chiedendo chi fossi e che cosa stessi facendo lì. Date le dovute spiegazioni mi accolgono di buon grado e mi conducono a visitare tutto l’ospedale. Sembra una festa. Mi accorgo di essere un piacevole diversivo per questa gente che non pare internata. L’unico cancello serrato che incontro è quello che divide gli edifici degli uomini da quelli delle donne. I pazienti sembrano liberi di girare tutta la cittadella a loro piacimento. Ne trovo in cucina che aspettano l’ora del pasto. Altri nelle celle di isolamento che, appoggiati ai davanzali delle finestre e con la porta aperta, guardano fuori. Mi affaccio sullo spiazzo del palazzo principale che domina dall’alto la città di Valona. Sotto il caldo sole di questo aprile albanese domando ad uno dei pazienti perché non approfittino delle porte aperte per uscire da qui. La risposta mi lascia interdetto: “Uscire? Per andare dove? Là fuori sparano. Là fuori sono tutti matti!”